domenica 30 settembre 2012

Kurumuny Edizioni a Li Ucci Festival di Cutrofiano (Lecce) con “Io scrivo la realtà” di Cici Cafaro e “Ricci i tuoi capelli, arie e canti popolari” di Cannole. Dal 3 al 6 ottobre 2012



Da mercoledì 3 a sabato 6 ottobre a Cutrofiano, in provincia di Lecce, va in scena la seconda edizione de Li Ucci Festival, quattro giorni di convegni, workshop, mostre, estemporanee di pittura, presentazioni di libri e concerti per ricordare i cantori dello storico gruppo salentino, custode delle tradizioni popolari degli 'stornelli', dei canti d'amore e di lavoro, spesso improvvisati al ritmo del tamburello. Uccio Bandello e Uccio Aloisi sono stati depositari e interpreti di una tradizione raccolta e coltivata da una nuova generazione di musicisti, cantori e ricercatori. Nel corso degli anni, il gruppo ha coinvolto, oltre ai due cantori di Cutrofiano, anche Uccio Melissano, Narduccio Vergaro, Uccio Casarano, Uccio Malerba, Pippi Luceri, Giovanni Avantaggiato e Ugo Gorgoni. Il Festival, organizzato da Sud Ethnic con la direzione artistica e organizzativa di Antonio Melegari, con il contributo di Comune di Cutrofiano, Istituto Diego Carpitella, Grecìa Salentina, Fondazione Notte della Taranta, Fondazione Notte di San Rocco e con il Patrocinio di Provincia di Lecce, Regione Puglia e Università del Salento, coinvolgerà anche quest'anno un centinaio tra studiosi, musicologi, musicisti e musiciste, cantanti, danzatrici e si chiuderà sabato 6 ottobre con un concerto-evento per celebrare, nella sua città natale, la figura di Uccio Aloisi, straordinario interprete della musica tradizionale salentina, scomparso il 21 ottobre 2010. Sul palco allestito in Piazza Municipio si alterneranno i Vecchi Cantori di Zollino, Antonio Amato, Enza Pagliara, Antongiulo Galeandro, Antonio Castrignanò, Zimbaria, Carlo Canaglia ensemble, Melegari & i suoi compari, Gianluca Longo, Gianni De Santis, Su’ d’est, Menamenamò, Dario Muci, Le Sorelle Gaballo, Giancarlo Paglialunga, Kamafei, Triace, Puccia from Apres la classe, Massimiliano Morabito, Cardisanti, Orchestra Sparagnina, Alessia Tondo, Emanuela Gabrieli, Edo Zimba, Canzoniere Grecanico Salentino, Annacinzia Villani, Giovanni Avantaggiato, Andrea Stefanizzi, Paolo Pacciolla, N.Scott Robinson, Silvia Perrone, Maristella Martella, Emanuele Licci, Mauro Durante, Stefano Calò e molti altri. Dopo aver suonato per più di trent’anni al fianco di Uccio Bandello (scomparso nel 1998), Uccio Aloisi ha continuato a proporre i suoi stornelli in tutta Italia e sul palco della Notte della Taranta. Negli ultimi anni Uccio è stato un “trait d’union tra le forme dell’espressività tradizionale e le nuove pratiche reinventive dei patrimoni tradizionali”, come sottolinea il coordinatore artistico della Notte della Taranta e consulente scientifico dell'Istituto Diego Carpitella Sergio Torsello. “Uccio Aloisi era un personaggio chiave del “paesaggio sonoro” salentino che tuttavia, negli anni dell’iperbolico revival della pizzica, s’era reinventato un ruolo, una “identità”, rimanendo sempre fedele a se stesso, alla sua appartenenza a un mondo culturale che ormai non c’è più. Uccio Aloisi era così. Un maestro senza cattedra, un sontuoso “albero di canto” cresciuto in una terra amara ma ricca di colori e di suoni. Che grazie a lui non morirà”. Sono già aperte le iscrizioni al workshop di tamburi a cornice tenuti nei giorni del festival dal percussionista statunitense N. Scott Robinson (Tecnica lap style), da Andrea Stefanizzi (tamburello) e Paolo Pacciolla (tecniche di improvvisazione in India e Tecniche di composizione per ensemble), che coordineranno l’ensemble di tamburi a cornice “Battere nuovi ritmi” che si esibirà il 5 ottobre in Piazza Cavallotti (per iscrizioni e informazioni: info@liuccifestival.it - 3290399779 - 3807025709). Sabato 6 ottobre spazio anche al seminario di danze popolari in collaborazione con Tarantarte tenuto da Maristella Martella (per info e iscrizioni 3394492300).
L'articolato programma ospiterà inoltre il convegno Battere nuovi ritmi: il tamburello (3 ottobre), numerose mostre (tra le quali 'Cornici dal mondo' di Francesco Paolo Manna, in collaborazione con La Società italiana tamburi a cornice,e l'Arte nel piatto, dedicata alla lavorazione e decorazione della terracotta), il concerto 'Ricordando Uccio Bandello' con la partecipazione dei Cardisanti, di Lina Bandello, figlia del cantore, di Uccio Casarano (storico organettista del gruppo Li Ucci) e altri ospiti (3 ottobre nel Parco Verde) e l'esibizione dei Kamafei (4 ottobre al Jack'n'Jill). Il festival ospita inoltre Bar-Cultura con la partecipazione di Nandu Popu (4 ottobre) e del suo romanzo d'esordio 'Salento, fuoco e fumo' (Laterza) e la presentazione dei due volumi “Ricci i tuoi capelli” (Le Donne di Cannole) e “Io Scrivo la realtà” (Cici Cafaro) pubblicate da Kurumuny.

Kurumuny Edizioni a Li Ucci Festival di Cutrofiano  (Lecce)  con Io scrivo la realtà di Cici Cafaro e Ricci i tuoi capelli, arie e canti popolari di Cannole (show case)  il 5 ottobre 2012  al Bar Caffè Saracino di Cutrofiano  - ore 18,00

Info

C.R. & F. presenta "Due ruote una vita" di Raffale Polo (Lupo editore). (5 ottobre 2012 ore18,30 a Lecce – Museo Sigismondo Castromediano)



L’Associazione C.R. & F. presenta in collaborazione con la Libreria Palmieri di Lecce, la presentazione del volume   "Due ruote una vita" di Raffale Polo (Lupo editore) che si terrà il 5 ottobre 2012 ore18,30 all’auditorium del Museo Sigismondo Castromediano in viale Gallipoli a Lecce. Relazionerà sul libro Raffaele Gorgoni (scrittore e giornalista Rai). Intervengono: Anna Palmieri (Libreria Palmieri); Raffaele Polo (autore); Gianluca Pasca (Presidente C.F. & R. - Centro Formazione e Ricerca). Modera - Stefano Donno (critico e scrittore)
La figura di Manfredi Pasca, leggendario corridore leccese, si intreccia con l’atmosfera crepuscolare degli anni dal dopoguerra a oggi, in una Lecce fatta di stenti, fame, miseria e sacrifici. Ma anche di buoni sentimenti, ideali, onestà e impegno, fiducia incrollabile nella volontà umana che, se ben instradata, supera qualsiasi difficoltà. Anche la sofferenza, anche la morte, anche la disperazione per le perdite più dolorose. Manfredi diventa, allora, un vero e proprio eroe, e le sue gesta, la sua vita possono riassumere l’epopea del Grande Popolo Salentino, indomito protagonista delle nostre piccole, grandi Storie.
Raffaele Polo - Nasce a Piacenza il 2 aprile 1952. È pubblicista dal 1978; laureato in Lettere e in Pedagogia, vive e lavora a Lecce. Ha pubblicato di recente  “Il Cielo in ogni stanza” (Lupo editore, 2009); Leccesità (Luca Pensa editore, 2010).

Info
Prov. Monteroni - Copertino
73043 Copertino - Lecce (Italy)

Telefono: 0832.949510
Fax: 0832.937767

sabato 29 settembre 2012

Una nuova rivelazione nel mondo della letteratura: Anna Belozorovitch



Un viaggio nella scrittura di Anna Belozorovitch

Vincitrice del Premio Internazionale 2012 - “Sulle orme di Ada Negri”
nella sezione “Narrativa Edita”
con “Banane e fragole”

Finalista del Premio Carver 2012
con “L’uomo alla finestra”

Premio Novità al concorso “Città di Sassari” 2012
con “L’uomo alla finestra”

Premio ex-aequo al concorso “Massa, città fiabesca di mare e di marmo”
per il ‘Libro di poesia edito’
con “L’uomo alla finestra”

Anna Belozorovitch, nata a Mosca (1983) e vissuta tra l’Italia e il Portogallo, è una giovane autrice di origine russa che dal 2005 a oggi ha già pubblicato diversi libri, una decina, divisi tra poesia e narrativa, a dimostrazione di una vivida creatività e di una forte capacità di tradurre in parole l’introspezione dei personaggi e la realtà dell’ambiente che li circonda. Anna Belozorovitch, che vive in Italia dal 2004, ha pubblicato con Besa Editrice, dopo il primo “Anima bambina” (2005), un libro dal titolo “L’uomo alla finestra” (2007). In seguito ha pubblicato “Banane e fragole” (2010), sempre per i tipi di Besa, dove in una serie di racconti descrive gli ultimi giorni dell’URSS visti con gli occhi di una bambina. Il riscontro di pubblico e soprattutto di critica ottenuto dalle opere di Anna Belozorovitch, dimostra ancora una volta l’efficacia di un lavoro editoriale costruito sulla scoperta, ma anche sulla continuità nella pubblicazione di alcune delle voci più importanti della letteratura dell’Est Europa.
Anna Belozorovitch ha scelto da diversi anni di scrivere in italiano le proprie storie, e comunicare così le proprie emozioni ai lettori. Una scelta che nell’ultimo anno ha trovato la sua conferma in diversi concorsi e altrettante manifestazioni dal respiro internazionale. “Banane e fragole”, edito nel 2010, ha vinto di recente il Premio Internazionale “Sulle orme di Ada Negri”, nella sezione ‘narrativa edita’; la premiazione si terrà il 29 settembre 2012 a Lodi. “L’uomo alla finestra”, pubblicato nel 2007 con Besa Editrice, è stato inserito tra i dodici finalisti del Premio Carver (premiazione il 7 ottobre a Civitavecchia), e, sempre lo stesso libro, è stato segnalato presso il concorso “Città di Sassari”, nell’ambito dell’evento “Ottobre in Poesia”. Anna Belozorovitch, in questa occasione, riceverà il “Premio Novità” (l’appuntamento è a Sassari il 19 ottobre 2012). Sempre “L’uomo alla finestra” ha vinto ex-aequo il primo premio al concorso “Massa, città fiabesca di mare e di marmo”, nella sezione “Libro di poesia edito.” Una delle caratteristiche più interessanti di questo ‘romanzo in versi’, come notato da Raffaele Taddeo (su “El-Ghibli”), consiste nel calare la contemporaneità della vicenda, e quindi del romanzo, in una forma che è propria della poesia. Questo percorso incessante, che alterna la conferma di un proprio stile alla continua ricerca di nuove forme di espressione, può essere riassunto in una sua poesia, intitolata non a caso “Il mio viaggio” (in ‘Cinque Passi’, Greta Edizioni), nella quale è scritto “Il mio viaggio è senza mappa/senza percorso stabilito, tappa intermedia/senza aspettativa, quindi senza tragedia./Il punto dove sono/non esiste./Non potrei mai essere triste,/non lascio nulla./Io voglio sempre e solo oltre./Io spero sempre ancora il dopo”.
Anna Belozorovitch è nata a Mosca nel 1983, ha vissuto tra il Portogallo e l’Italia, scrivendo in entrambe le lingue, vive in Italia dal 2004. Con Besa Editrice ha pubblicato “Anima bambina” (2005), “L’uomo alla finestra” (2007) e “Banane e fragole” (2010).

Informazioni e contatti:
http://www.besaeditrice.it
ufficiostampa.salentobooks@gmail.com

venerdì 28 settembre 2012

Danzando sui vetri rotti di Ka Hancock (Leggereditore)

Lucy Houston e Mickey Chandler non sembrano destinati a una vita felice: lui è affetto da disturbo bipolare e la famiglia di lei ha accumulato una lunga serie di casi di cancro. Nonostante siano entrambi segnati da un destino che non lascia ben sperare, quando le loro strade si incontrano, la notte del ventunesimo compleanno di Lucy, è subito amore. Cauti a ogni passo, Lucy e Mickey sono determinati a portare avanti la loro relazione, consapevoli di non essere in grado di donare un futuro felice a un possibile figlio. Lui le promette onestà. Lei gli promette pazienza. Entrambi si promettono di rinunciare a essere genitori. Nonostante la decisione dolorosa e difficile di non avere bambini, tutto cambia improvvisamente il giorno del loro undicesimo anniversario di matrimonio, dopo un controllo di routine di Lucy. Ha inizio così una storia unica, in cui nessuna regola conta più e la parola amore assume nuove declinazioni e profonde sfumature.


giovedì 27 settembre 2012

Speed Book: "Amore: storie e vicende di uomini e donne" a Nardò



Il Presidio del Libro di Nardò e Spiagge d’Autore
in collaborazione con il Comune di Nardò,
con la partecipazione della Compagnia Teatrale “Terrammare”

in occasione della "Festa dei lettori"

presentano

Speed Book: "Amore: storie e vicende di uomini e donne"
SABATO 29 SETTEMBRE
CHIOSTRO DEI CARMELITANI - NARDÒ (LE) - ORE 20.30




Conversazione con
Daniela Palmieri, La cerva, Besa editrice
Bartolomeo Smaldone, Se i tuoi occhi un giorno, Gelsorosso
Adriana Cavallo, Una storia come tante, Gruppo Albatros
Anna Grazia Semeraro, La figlia del diavolo, Schena editore

Conduce Salvatore Cosentino, magistrato

"Amore: storie e vicende di uomini e donne", questo è il tema scelto per l'incontro di Speed Book, che si terrà a Nardò sabato 29 Settembre alle ore 20.30, presso la suggestiva cornice del Chiostro dei Carmelitani e che vedrà la presenza di quattro autori, in dialogo con il magistrato Salvatore Cosentino.
Daniela Palmieri, autrice de “La cerva” (Besa Editrice, 2010), sceglie una storia d’amore per raccontare le vicende della famiglia di un paese, una storia di umili che vivono al margine della storia, esistenze che lottano in un silenzio portando avanti la ‘propria’ storia, differente, esclusiva rispetto al gran corso degli eventi.
Anna Grazia Semeraro, con il suo “La figlia del diavolo” (Schena, 2012), ci riporta indietro di oltre cinquanta anni, al 1959, raccontandoci la storia di una donna che si macchiò di omicidio, uccidendo il padre dei propri figli, e meritando così l’ergastolo; una storia in cui il giudizio dell’uomo e quello degli eventi entrano in contrasto.
Adriana Cavallo, con il suo esordio intitolato “Una storia come tante” (Gruppo Albatros, 2011) da voce a una donna di quarant’anni, che si trova a fare i conti con gli uomini, “l’altra metà del cielo”, capaci di solcare mari per un primo incontro e incapaci di portare avanti una storia, con emozioni e dedizione. 
Infine Bartolomeo Smaldone, con “Se i tuoi occhi un giorno” (Gelsorosso), ci parla di un altro tipo di amori, quelli incompiuti, che molto spesso hanno la forza per dare un senso a tutta la nostra esistenza.

Il magistrato Salvatore Cosentino condurrà l’incontro, dialogando con i quattro autori, allo stesso tempo offrendo agli spettatori una versione dei testi e del tema che fa da sfondo a questo appuntamento dello Speed Book, questo evento della rassegna è caratterizzato dalla presenza della Compagnia Teatrale “Terrammare”; gli attori leggeranno alcuni estratti dei romanzi, selezionati appositamente dagli autori.

L'evento cade in occasione della "Festa dei lettori" (per chi legge, per chi non legge, per chi leggerà), manifestazione organizzata dai Presidi Del Libro per il 29 settembre, su tutto il territorio nazionale, e che impegnerà in Puglia 48 comuni, con letture animate, spettacoli teatrali, presentazioni di libri, eventi e mostre.

Info:
http://www.besaeditrice.it

mercoledì 26 settembre 2012

In libreria LA LUCE SUGLI OCEANI – M. L. STEDMAN (Garzanti 2012)



Isabel ama la luce del faro tra gli oceani, che rischiara le notti. E adora le mattine radiose, con l'alba che spunta prima lì che altrove, quasi quel faro fosse il centro del mondo.
Per questo ogni giorno scende verso la scogliera e si concede un momento per perdersi con lo sguardo tra il blu, nel punto in cui i due oceani, quello australe e quello indiano, si stendono come un tappeto senza confini. Lì, sull'isola remota e aspra abitata solo da lei e suo marito Tom, il guardiano del faro, Isabel non ha mai avuto paura. Si è abituata ai lunghi silenzi e al rumore assordante del mare. Ma questa mattina un grido sottile come un volo di gabbiani rompe d'improvviso la quiete dell'alba.
Quel grido, destinato a cambiare per sempre la loro vita, è il tenue vagito di una bambina, ritrovata a bordo di una barca naufragata sugli scogli, insieme al cadavere di uno sconosciuto.
Per Isabel la bambina senza nome è il regalo più grande che l'oceano le abbia mai fatto. È la figlia che ha sempre voluto. E sarà sua. Nessuno lo verrà a sapere, basterà solo infrangere una piccola regola. Basterà che Tom non segnali il naufragio alle autorità, così nessuno verrà mai a cercarla. Decidono di chiamarla Lucy. Ben presto quella creatura vivace e sempre bisognosa d'attenzione diventa la luce della loro vita. Ma ogni luce crea delle ombre. E quell'ombra nasconde un segreto pesante come un macigno, più indomabile di qualunque corrente e tempesta Tom abbia mai dovuto illuminare con la luce del suo faro. Perché sulla terraferma, tra la civiltà, c'è una donna che spera ancora. Una donna infelice, ma determinata.

Questa è una storia che esplora ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e come spesso sembrino la stessa cosa. Questo è il romanzo di una madre e di un padre e della loro figlia segreta. Questo è il punto in cui amore e colpa si incontrano, e non vi lasceranno più.



martedì 25 settembre 2012

NEULAND DI ESHKOL NEVO (Neri Pozza)



Dai giorni del corso come osservatore nell'esercito di Israele, gli occhi di Dori sono sempre in cerca di minacce potenziali: cecchini sui tetti, movimenti sospetti fra i vicoli, una tenda spostata, uno scintillio che rivela che qualcuno ti sta osservando col binocolo. Un'attività inutile, ma così radicata che il timore di pericoli alberga ormai stabilmente nella sua mente. Roni, ad esempio, è la prima donna alla quale Dori ha permesso di toccare il suo amaro nocciolo di solitudine, la prima donna di cui si è fidato, sino al punto da appoggiarsi e assuefarsi totalmente a lei. Tuttavia Dori è convinto che, camminando col suo passo svelto, un giorno lei non si fermerà più e lo lascerà. E allora per evitarlo, Dori ha deciso di andarsene lui. Suo padre, Meni Peleg, eroe della guerra del Kippur, dopo la morte dell'amata moglie è scomparso da qualche parte in Sudamerica. Per scacciare i suoi spettri privati, Dori parte alla sua ricerca. Inbar ha la stessa età di Dori, non più giovane come le giovani, né avanti negli anni come quelle avanti negli anni. Una via di mezzo. Esattamente come Dori. Anche Inbar è in fuga dai suoi fantasmi privati e dalle persone in carne e ossa cui è attaccata la sua vita in Israele. Dori e Inbar si incontrano e si amano in Sudamerica. E in Argentina, là dove alla fine dell'Ottocento il Barone Hirsch comprò molte terre, convinto che fosse il posto migliore dove creare un focolare nazionale gli ebrei, si imbattono insieme in Meni Peleg.

lunedì 24 settembre 2012

IN LIBRERIA: “Angeli dimenticati” (Youcanprint) di Nicola Capecchi



Un terribile incidente ferroviario. La Freccia del Nord A 407 proveniente da Setterville e diretto a Blow City, precipita per cause misteriose in un canyon. Muoiono circa 300 persone. Poco distante dal luogo dell’incidente si trova una piccola cittadina, Busyville, dove il Tempo pare si sia fermato chissà da quanto. Marc Rosendale, avvocato in carriera sull’orlo di un forte esaurimento nervoso, torna dopo più di trent’anni a Busyville dalla sua famiglia, un po’ per ritrovare se stesso, un po’ per nostalgia. Qui nulla sembra essere cambiato, ma circolano voci, a causa di una serie di suicidi inspiegabili, che quella città sia un posto maledetto. Solo voci? Marc intende andare a fondo sulla questione, e quello che scoprirà andrà oltre i limiti dell’umana comprensione…

“Marc, su consiglio del proprio psichiatra, si concede una vacanza dal lavoro per riposarsi. Egli sceglie di tornare al suo paese natale per rivedere i suoi genitori, che non vede da trenta lunghi anni. Busyville è una piccola città con pochissimi abitanti, rimasta ferma a trenta anni prima, chiusa al mondo esterno progredito, per vivere in una voluta e ostinata vecchia cultura. Una cittadina di gente per bene e caratterizzata da una grande tranquillità. Ma ben presto Marc si renderà conto che si tratta di una tranquillità del tutto apparente, quando in città cominceranno a verificarsi strani fenomeni, nei quali si troverà personalmente coinvolto. Quali misteri si nascondono all’interno di questa apparentemente tranquilla cittadina? Cosa troverà Marc indagando su quanto sta accadendo?

Marc troverà anche l’amore in città, un amore bellissimo, forte e puro, un amore che andrà oltre ogni difficoltà, un amore che andrà oltre la morte.”

“Angeli Dimenticati” (Youcanprint) di Nicola Capecchi, Narrativa, pag. 212, ISBN: 9788866185482

“L’inferno del romanzo. Riflessioni sulla postletteratura” di Richard Millet (Transeuropa Edizioni). Intervento di Vito Antonio Conte



 Ci vuole anche un libro come questo. Di uno scrittore che non conoscevo. Che la dice tutta sulla postletteratura (su chi scrive ignorando chi e cosa lo ha preceduto…). Dal suo punto di vista. Ovvio. Ma tutta. Dai suoi punti visuali, anzi. Di scrittore. E di editor. Di chi predica e cerca di praticare purezza. E di chi finisce, in un modo qualunque, per “omologare” quella altrui. Uno scrittore francese. Del quale –probabilmente- non leggerò altro. Ché leggerlo significherebbe rinverdire le mie (già scarse) conoscenze della lingua francese. E, all’evidenza, approfondirle. Rimangono lì dove sono, invece. In un angolo remoto dei miei studi liceali. E in un altro, ancor più remoto, di qualche mese della mia prima infanzia. La Francia e la straordinaria Prof Consenti rimangono ricordi. Adesso, non ho voglia né tempo per la lingua francese. Dunque, non leggerò Richard Millet! Se lo facessi nelle traduzioni italiane non potrei apprezzarlo (o disprezzarlo) per quel che per lui sembra importare di più: la qualità della lingua! Al punto da far coincidere lo stile con la qualità letteraria della lingua. Sembra che null’altro importi. Ma “L’inferno del romanzo. Riflessioni sulla postletteratura”, Transeuropa Edizioni (2011, pagine 220, € 18,90), con una bella “nota” di Carlo Carabba, non è un romanzo e, quindi, non mi sono perso niente. A meno che nei frammenti in cui il libro si snoda, spesso capocchiosamente, non voglia rinvenirsi un qual che del romanzo… Qualcosa, di sicuro, ho guadagnato: un pensiero onesto e scomodo, onestamente espresso in 555 momenti in forma di aforisma, reiteratamente urticante, com’ogni verità! Credo, diversamente da Millet e –paradossalmente- in sintonia con lo stesso, che la lingua (proprio come tutto il resto) non è immune al passaggio del tempo e del tempo è espressione. Credo, anche, che la supremazia di una lingua sulle altre non cancelli (né possa cancellare) queste ultime. Che la diffusione planetaria dell’inglese segni la morte del romanzo è ancor meno vero. Che possa obliare le altre lingue è una possibilità che si deve evitare. Che l’editoria internazionale, con l’uso dell’inglese nelle traduzioni…, “riduca” la probabilità di sopravvivenza (o, addirittura, stia celebrando il funerale) del romanzo è opinabile. È, invece, fuori dubbio che il francese è sempre meno utilizzato come lingua universale. La “grandeur” è sempre più piccola. E questo, vivadio, non è morte d’uomo! C’è, com’è sempre stato (e -forse diversamente- sempre sarà), che la letteratura è una sola e se il romanzo ha fallito, non è finita la letteratura. C’è che si spendono troppe parole. C’è che bisogna penetrare il mistero della parola. E re-imparare a usarla. Senza arroccarsi nel fortino di quel che resta della parola. Senza tentare sortite in terreni estranei. Senza inventarsi il niente. Ce n’è già abbastanza dappertutto. Mancava, invece, una denuncia (che a tratti rasenta l’improperio) verso la letteratura e la superfetazione editoriale attuale che fornisse spunti di riflessione e approfondimento su: perché si scrive e si pubblica quel che si scrive e si pubblica? E dintorni! “Scrivere: un segreto che invoca il segreto”, è una bella risposta, ma ha già un padre (aforisma n. 555)! Ne avete altre?

Litanie dell’acqua di Daniela Liviello. Prefazione di Stefano Donno (LietoColle)



La poesia della Liviello ti rimane impressa e non puoi dimenticarla, non ne puoi fare a meno, se sai di cosa stai  parlando, se conosci tutto quel retroterra simbolico, poetico, di cui si è nutrita e che fa parte di una memoria collettiva lirica che appartiene non a un sud del sud del mondo generico, no… tutt’altro! Esso è l’esplodere ritmico del veleno della ragna tarantolante e del mare di Idrusa, è l’avvelenata di Antonio Verri che s’aggrappa  tenace al sogno del “fate fogli di poesia poeti…”, della rabbia demonicamente barocca di una Claudia Ruggeri, di  un odio benevolo di un immenso Salvatore Toma verso la creaturalità bestiale e blasfema che si annida nelle notti  di luna piena sulle scogliere di Badisco, sulle menzogne dei vicoli e delle chiese di Lecce.

domenica 23 settembre 2012

Dimmi che c'entra l'uovo di Fabio Napoli (Del Vecchio Editore)



In quarantotto dannatissime ore, Roberto Milano, giovane laureato, campione del contratto–a–tempo–determinato (o a nero), ciclista spericolato affetto da una psoriasi ansiogena, stacanovista per necessità e senza gloria, perde tre lavori: comparsa nei film porno, insegnante privato e pizza express. Gli rimane giusto un part time al bancone di uno squallido bar frequentato solo da pensionati. Quattro lavori con cui riusciva appena a pagare l’affitto e le bollette di una stanza a Roma. L’ultima speranza è riposta nel colloquio per un lavoro in un fast food. L'illusione di un posto si infrange contro il test attitudinale: quale diavolo era la risposta giusta alla domanda sull’uovo? In preda a questo e ad altri interrogativi esistenziali, quando sembra non ci sia altra scelta che tornare da mamma, Roberto incontra Marianna, spregiudicata, fresca, vitale, e con lei si mette a progettare una rapina in un bar. Nasce “la banda dei precari”, e scatta la scintilla fra Roberto e Marianna. Un affetto, soffocato dall’incombenza del denaro e dalle necessità, che non riesce a fermare il destino tragico che li aspetta dentro il fast food in cui stanno per fare la grande rapina, quella definitiva, dopo cui niente sarà più lo stesso.
Segnalato fra i finalisti al premio Calvino per «la scrittura disinvolta e disinibita con cui affronta ironicamente e autoironicamente il tema della precarietà», Fabio Napoli racconta con una commedia agrodolce la vita di ragazzi che hanno voglia di trovare una soluzione al rebus della sopravvivenza – sbagliando a volte – per immaginare un futuro che includa nei propri orizzonti la felicità.

sabato 22 settembre 2012

OLTRE LA COSCIENZA ORDINARIA di Vincenzo Ampolo (Kurumuny)



Una cartografia degli stati di coscienza non ordinari, quasi un diario di viaggio, un resoconto di esplorazioni in territori sconosciuti. Le regioni del viaggio sono quelle della mente. L’immaginazione che si apre a spazi di realtà e a forme di coscienza che combattono il pensiero unico, producendo numerose linee di fuga che rompono gli stereotipi che imprigionano il pensiero. Gli stati modificati di coscienza sono risorse per ritrovare strade, aprire varchi, allargare la coscienza che poi diventa conoscenza.

Psicologo-Psicoterapeuta di formazione analitica e umanistico-esistenziale, saggista e formatore. Tra i più attivi collaboratori della rassegna internazionale di psicologia L'Immaginale, ha diretto riviste di pedagogia, psicologia e studi interdisciplinari, pubblicato numerosi saggi di psicoterapia analitica e psicologia sociale, in volumi collettivi e riviste di settore. Dal 1982 coordina le attività dell'Ente Morale di Ricerca, Formazione e Terapia "Perseo" e collabora con Istituti di formazione e con le Università di Lecce, Bari e Genova per progetti di ricerca, attività didattiche e divulgazione scientifica. Tra i testi curati dall’autore: La pratica del creativo (1988); Extasy e dimmi che non vuoi morire (1997); Musica droga e transe Materiali di ricerca (1999); Diario e Dintorni (2001); Voci dell'anima. Scrittura narrazione e pratica analitica (2004); Dissociazione e creatività. La transe dell’artista (2005); Martha Nieuwenhuijs tra eros e logos (2009).

venerdì 21 settembre 2012

La nuova letteratura Macedone in Italia con tre imperdibili appuntamenti



Besa Editrice porta in Italia, con tre appuntamenti imperdibili, dal 24 al 26 settembre 2012, la nuova letteratura macedone. Tre tappe, a Roma, Bari e Lecce, vedranno come protagoniste assolute le nuove voci di una geografia letteraria vitale e ancora, per certi versi, tutta da scoprire.
Il volume edito da Besa Editrice dal titolo “Macedonia: la letteratura del sogno” a cura di Anastasija Giurcinova vuole presentare al lettore italiano la nuova letteratura macedone, precisamente quella degli ultimi vent’anni, tramite una scelta delle pagine più interessanti della narrativa e della poesia contemporanea prodotte da autori macedoni, alcuni dei quali si sono già imposti per la loro bravura.
Si è cercato in queste pagine di presentare diverse “generazioni”, “tendenze” e “poetiche”, che fanno parte del variopinto mosaico della letteratura che si sta producendo oggi nell’ambiente macedone. Viene così presentato uno spaccato degli ultimi venti anni della letteratura macedone contemporanea, così nuova e “giovane” all’occhio occidentale, ma contemporaneamente anche “antica” ed erede di note tradizioni culturali (prevalentemente di provenienza paleoslava).
I testi letterari presentati in questo volume, nella loro pluralità di stili e linguaggi diversi, affrontano e riflettono alcune tra le più importanti questioni etniche, nazionali, artistiche e culturali che fanno parte dell’identità macedone di oggi.
Gli appuntamenti, organizzati da Besa Editrice con la collaborazione  e il patrocinio della Società Dante Alighieri  a Roma (in collaborazione con il Comitato Dante Alighieri di Skopje), l’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, l'Università di Skopje – Dipartimento di Italianistica e il  Ministero della Cultura Macedone.
Ecco, nel dettaglio, i partecipanti


24/09/2012 - Roma

Macedonia. La letteratura del sogno. AA.VV. - Besa/Controluce
Roma - Galleria del Primaticcio - Palazzo Firenze - Piazza Firenze, 27 - ore. 18.00
Interventi: Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri,
Aleksandar Prokopiev, scrittore, vincitore del premio BALKANICA 2012
Anastasija Gjurcinova, presidente del Comitato Dante Alighieri di Skopje e Livio Muci

25/09/2012 - Bari

Macedonia. La letteratura del sogno. AA.VV. - Besa/Controluce
Bari - La Feltrinelli, via Melo 119 - Ore 17.30
Interventi: Silvia Godelli, Ass. al Mediterraneo Reg. Puglia
Anastasija Gjurcinova, dirett. Dip.to di italianistica Università di Skopje
Irina Krotkova, Direttore Relazioni Internazionali del Ministero della Cultura della Macedonia e Livio Muci

26/09/2012 - Lecce

Macedonia. La letteratura del sogno. AA.VV. - Besa/Controluce
Lecce - Cantieri Teatrali Koreja, Via G. Dorso 70 - Ore 18.00
Interventi: Anastasija Gjurcinova, dirett. Dip.to di italianistica Università di Skopje
Irina Krotkova, responsabile relazioni internazionali del Ministero della Cultura della Macedonia, e lo scrittore Aleksandar Prokopiev, vincitore del premio BALKANICA 2012.
Dialogheranno con l'autore Anna Amendolagine, direttrice Istituto Italiano di Cultura a Sofia e Salvatore Cosentino magistrato.

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Recensione di Alessandra Peluso su “C’è da giurare che siamo veri ... “ di VINCENZO CALÒ (Albatros)



Meditando i versi di Vincenzo Calò “C’è da giurare che siamo veri ...”, ho percepito immediatamente un’atmosfera di illusioni, delusioni, sofferenze, precarietà dell’esistenza con una voglia di liberarsi e liberare gli altri da queste condizioni destabilizzanti. Già il titolo e i versi decantati nella copertina del libro comportano una sosta dando adito a riflessioni di non poco conto: «Pensare è un dolore / a cui non posso credere. / Segno la mia persona / rivolta ai processi dove / non v’è legge che ti soccorra / ma riserve assolutamente incontestabili».  È un’animo inquieto e non certo poeta dell’equilibrio e del giusto mezzo, al quale forse non interessa giungere, ma ciò che è assolutamente incontestabile è il poeta, l’artista della verità. Mira a raggungere la verità, ossia l’amore per ciò che un uomo è e non vorrebbe diventare assumendo maschere e recitando parti di un attore solo per apparire, “per farsi manipolare in finti corsi di recupero”. I versi di Vincenzo Calò quantomai realistici invitano a riflettere anche sul tema del dolore al quale ognuno vorrebbe sottrarsi, ma che puntualmente arriva e se “tu” non sei consapevole e capace di affrontarlo, ti devasta. Il dolore, tuttavia, la sofferenza aiutano a migliorare la propria identità, a renderci veri, a non lasciarci condizionare. Al contrario del titolo, ironico e pungente, “C’è da giurare che siamo veri ...” come nell’intera silloge in cui appare una sottile venatura di ironia e sarcasmo comprenetrante con i comportamenti menzogneri dell’individuo contemporaneo.   È complesso essere veri oggi, nella società consumistica, dell’apparire, del potere: ognuno di noi infatti spesso crede di essere vero, lo giura, ma finge alle volte coscienziosamente, altre no pur di omologarsi, di sentirsi parte della modernità. «Lo si fa infatti per stare al centro dell’attenzione se pur in modo banale». (p. 24). Si legge: «Nasciamo per donarci al di fuori / Per calcolare una vergogna / Dietro ai caos organizzati / con caratteristiche fisico-chimiche intorbidite / ... ». (p. 24). “L’immagine che ci siamo creati ha assunto una Vita propria ...” incisiva ed esaustiva la breve summa che Vincenzo Calò pone a capo di ogni poesia come l’epilogo di un episodio della sua, della nostra esistenza. È straordinario notare come il poeta non si ponga al di fuori di questo assurdo meccanismo ma parla di un “noi”, nell’intera opera compare un “tu” e un “noi”, facendo chiaramente pensare ad un animo sensibile, umile, che non osa estromettersi da una realtà che vorrebbe non farne parte ma che maledettamente ne è parte, esiste e non si erge per considerarsi migliore in questo mondo fatto di apparenze e maschere. L’uso della maschera, il gioco delle apparenze, pertanto, sono temi trattati ampiamente da filosofi moderni quali Simmel, Niezsche, Ortega, e grandi letterati come Pirandello che nelle sue opere narra la perdita dell’identità, la spersonalizzazione di se stesso in ogni altro che ognuno vuol vedere. Basti pensare al grandioso “Uno, nessuno, centomila”. Il reale che si intreccia col surreale, ciò che è si trasforma in ciò che non è: «Nell’ingenuità dell’amore / Fatti guidare dalla scoperta di un legame / Il consulente al tuo fianco / ... ». (p. 26) e ancora  «Ti senti il più forte del mondo / E tieni conto di nessuna stima /Tra l’igiene del tuo badante / E il grado d’onestà dei datori di lavoro / Dando appuntamento al video-fonino / Per ringraziare di persona / Il Sole che si leva sulla tua libera isola». (p. 27). Non si può non citare D’Annunzio per sfuggire al perbenismo della borghesia, alla sua morale e al consumismo, assume la maschera dell’esteta. La sua diviene così un’esistenza costruita artificialmente per realizzare l’ideale del “vivere inimitabile”, per essere diverso, comprendendo poi che la maschera non lo porta a nulla di buono se non alla menzogna e quindi alla crisi del’estetismo, mettendo in evidenza la debolezza della persona che non riesce a realizzare i propri obiettivi. Non vuole essere maestro per nessun individuo - Vincenzo Calò - anzi forse sembra chiedere a chi maestro lo sia a dare una soluzione per lui e per la società perchè si riesca a vivere nella verità e non nella menzogna. «Sull’isola della verità / Sul mio telefonino / Trovo un’occupazione a tempo vuoto / Le nostre vite a dura prova / Tra gli eccessi di un uomo / Per risultare innovazione / Sperando di giocare ancora / A correre con un popolo /... / Per proporsi alla perfezione / Per farsi pubblicità / ... / Passare per solitudine / Alla scoperta delle origini / Di un’ombra solidificata». Così prosegue nel percorso esistenziale l’autore sostenendo che ognuno deve fare la sua parte, perchè molti non trovano la chiave dell’umanità e proseguono a passaggi. Il nostro sport preferito è farci male da soli. E come dargli torto? Siamo bravi a farci male da soli. Si individuano negli altri i limiti, gli errori, pur di rialzare le nostre fragilità, sbagliando.  Da questa amara riflessione si avvia alla conclusione - “C’è da giurare che siamo veri ...” -provvisoria, visto che l’esistenza è provvisoria e precaria, con uno sguardo del poeta nè ottimistico nè fiducioso: «Ufficializzato il clima d’insicurezza, incorporiamo una vera e propria decadenza, soffrendo il rifiuto d’aiutarci, che c’impedisce di vedere attorno». E a tal proposito tuonano i versi: «Appesi al testo di una canzone / Come incontenibile ispirazione / Per gli ospiti di una metafora / In forma extralarge. / Alle nitide immagini / Applichiamo il passato sbaragliato / Firmato dal dsinteresse / Di paesi fluidici nelle linee editoriali / Come piccoli e gracili indiani / Con la frusta dei record / Prodotti dall’insieme / Per spiegare semplicemente la nostra crescita / Tra le perdite di colore / ... / ».  E con metafore e allegorie la vita scorre tra maschere e menzogne!



giovedì 20 settembre 2012

La collera di Andrea Di Consoli (Rizzoli). Intervento di Nunzio Festa



E' sicuramente un caso che abbiamo letto il nuovo sublime romanzo d'Andrea Di Consoli, "La collera", nei giorni della morte del poeta post-novecentesco del Novecento, Roberto Roversi e mentre sentivamo ancora la presenza del Damìn del Volponi del "Lanciatore di giavellotto" (non ci crederete, comunque solamente dopo aver scritto queste righe abbiam incrociato la notarella di Paris) e quando un'altra idea di Mezzogiorno è proposta e riproposta, per esempio, dal paesologo Arminio. Però tutto questo, sicuramente, in qualche maniera ha a che fare con il libro di Di Consoli. Fra fenomenologia dell'emigrazione, prima del concetto stesso di 'migrazioni', proprio quindi niente a che vedere col De Luca, racconto dell'allontanamento dalle origini e illustrazione crudele del cordone ombellicale attaccato da ovunque e sempre alle origini, Pasquale Benassìa è l'estraniato. Un personaggio che divora chi legge, certo, ma di facile analisi. Perché, innanzitutto, per quanto il protagonista della Collera abbia la maschera del forza originale che vien dal Sud senza voler quelle compromissioni della maggioranza silenziosa e "catarrosa" del Meridione, lo stereotipo voluto dal poeta nato a Zurigo e di discendenza della Rotonda di Lucania è rintracciabile viaggiando nei tempi e nei modi di Calabria, Basilicata, Puglia. Ché il narratore fa del suo manichino una figura da teatro della realtà. Ne conosciamo, dunque, di fascisti sui generis. Posizionati e rintanati nei paesi. Tipo dopo aver subito una sonora sconfitta: vedi, appunto, il dramma del rancoroso Benassià. Insomma Pasquale Benassìa dice d'odiare infinitamente la sua terra, le Calabrie e il Paese dei Mori. Tutto il Sud di "mendicanti, miserabili e vigliacchi". D'asserviti al potere di turno. Quando i comunisti e i sindacalisti son vissuti alla stregua del male peggiore che possa esistere e il potere del Mancini della Calabrie e d'altri socialisti in forma di potere che compre e corrompe. La famiglia di Pasquale è una famiglia di pastori. Pasquale, invece, rifiuta il contatto diretto con la terra e insieme ai suoi pacchetti di sigarette prova a varcare la soglia della Fiat di Valletta e Agnelli. Eppure son gli anni Settanta. Eppur la politicizzazione, specie di sinistra, della fabbrica è forte. Eppure l'operaio Benassìa non pensa che a studiare, da autodidatta puro, i pensatori che fortemente gli piacciono e a faticare senza catapultarsi negli scioperi rossi. Tanto da entrare, per dire, nelle grazie d'un capetto che rappresenta in faccia a Benassìa il nobile Nord dei buoni di spirito e ultima ricaduta del lascito delle monarchie da lui tanto vantate e sperate. Fino a quando tra l'incontro col capo-turno e una maestrina di Rivoli si mette una giovane siciliana che fa sentire la furia del suo corpo appassionato e appassionante. Una rovina, in pratica, per il Benassìa integerrimo - che dall'impatto con la forza vera del sesso è messo all'angolo. Quanto, ovviamente, dalle conseguenze, che non starem di certo qui a riportare, della dipartita improssiva della giovine. Sta di fatto che l'estraniato, certo inconsapevolmente, si trova costretto a fuggire. A tornare in Patria. A riprendere i favori che stanno ad attendere, è chiaro, dove l'erba trema. Perché lo Stato, come a lui stesso è dimostrato, non tutela e non protegge; le autorità non sono forti. Il lirismo di Di Consoli si palesa dove le prove del "tramonto da bestia macellata" abbracciano la rivolta sostanzialmente interiore di Pasquale Benassìa. Quasi celato, il lirismo. E questo scarto della società, Benessìa, non può che farsi annegare dal narratore onniscente che possiede trama e vocazione dell'opera (per questo il poetico è più in ombra). Quarant'anni or sono, pare dirci Andrea Di Consoli, stavamo quasi come oggi. L'Italia e il Sud sono posti massacrati da tanti mali. Qui un Benassìa, tra macchinette mangiasoldi e solitudine che il fascista fiero invoca quale valore aggiunto, deve per forza soccombere. L'autore, furioso polemista, nel suo personaggio carica tutta la rabbia e la disperazione che è possibile sentire. Per questo Pasquale Benassìa ci sbrana. Mettendo in ridicolo, tra l'altro, persino le figure più importanti che galleggiano nell'ambientazione del romanzo. Il confronto con la potenza del protagonista, su tutto, manco è retto dal dott. Anile o dai vari padroni socialisti di sottofondo. Lo scrittore, ancora una volta diversamente dall'indimenticabile romanzo d'esordio, "Il padre degli animali", si fa dare il destino dal suo Meridione.




mercoledì 19 settembre 2012

MI CHIAMO IRMA VOTH DI MIRIAM TOEWS (MARCO Y MARCOS)



Irma, nemmeno vent'anni, vive sola nel deserto del Messico: suo padre l'ha relegata in un casolare ai margini della comunità mennonita. Ha sposato uno straniero, che scandalo, ma suo padre ce l'ha con lei già da prima, da quando ha cominciato a crescere e pensare. Irma è spaesata, confusa. Ha sposato Jorge per fuggire con lui, e Jorge è fuggito da lei. I campi di granoturco e le scie degli aeroplani le sembrano così semplici, così veri; le relazioni umane, invece, grovigli inestricabili. Poi un giorno si alzano nuvole di polvere, sfrecciano pick-up sconosciuti: arriva una troupe del cinema e la realtà diventa un set. Ciascuno di colpo ha un ruolo preciso, anche Irma, che viene assoldata come interprete e diventa depositaria di tutti i segreti. Nel rimescolone di quel teatro improvviso, dove le lacrime vere sono finte e le lacrime finte sono vere, un filo teso troppo a lungo si spezza e Irma prende il volo. Porta in salvo se stessa, la sorellina Aggie e X., fragile e prepotentissima clandestina. Un terzetto strampalato, litigioso e indissolubile che semina guai, mette in scena tragedie, farse e miracoli. Nel buio della stanza piccina di un bed and breakfast a Città del Messico Irma vuota finalmente il suo cuore e crea lo spazio per sentirsi pronta alla vita. Sotto un cielo di milioni di stelle, va incontro alla sua libertà.

Dove osano le anguille di Raffaele Onorato (Negroamaro) ad Andria



“Dove osano le anguille” di Raffaele Onorato (Negroamaro) sarà presentato venerdì 21 settembre ad Andria presso la Libreria Diderot in via L. Bonomo, 42 alle ore 19.30 nell’ambito di Speedbook per Spiagge d’Autore.

Questo libro non narra grandi imprese, anche perché io non ho mai compiuto “grandi imprese”, né come speleologo né come speleosub. Le mie attività impallidiscono al confronto con ciò che riescono a compiere i recordman dell’estremo o i grandi esploratori degli abissi ipogei. Quello che ho fatto io, e che vi racconto, potreste riuscire a farlo anche voi… Magari con un po’ di allenamento... Alcune delle storie contenute in questa raccolta sono inedite, altre sono state tratte, e rivisitate, da pubblicazioni di vario genere o riviste specialistiche, e costituiscono un breve compendio di quarant’anni di appassionata attività speleosubacquea. Tutto quello che leggerete su questo libro, comunque, è realmente accaduto.

 RAFFAELE ONORATO, nato a Nardò (LE) nel 1956, pratica attivamente la speleologia dal dicembre del 1972. È stato per dodici anni consecutivi presidente del Gruppo Speleologico Neretino (fino al 1998). Dal 1986 al 1992 ha ricoperto la carica di Vice Presidente della Federazione Speleologica Pugliese. Per dodici anni è stato Responsabile del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico per Puglia, Calabria e Basilicata (fino al dicembre 2000). È autore e co-autore di circa 60 pubblicazioni e articoli tecnici, scientifici e divulgativi sulla speleologia, la speleosubacquea e il soccorso speleologico. Dal marzo 2004 al marzo 2010 è stato Responsabile Nazionale della Commissione Speleosubacquea del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.


Doppio Scacco di Giulio Calò Carducci (Besa editrice) a Trani

Per Spiagge d’autore ci sarà 'Doppio Scacco' di Giulio Calò Carducci (Besa editrice) a Trani alla  Lega Navale  il 20 Settembre ore 20,30 . Interviene la giornalista FLORIANA TOLVE

Iniziazione e sconfitta nel quadro fascinoso e disincantato della vita a bordo. Fine anni Cinquanta. Giacomo è un giovane che ha appena terminato gli studi nautici e si affaccia alla vita adulta pieno di sogni e speranze. Durante una vacanza si innamora di una avvenente e ricca ragazza, e negli stessi giorni riceve la proposta per un imbarco, in qualità di terzo ufficiale, a bordo di un mercantile battente bandiera ombra. Tutto sembra girare per il verso giusto: gli affetti, il lavoro, gli amici. Ma l’illusione dura poco: la nave su cui si imbarca è armata da un trafficante senza scrupoli legato alla mafia americana, il quale, per condurre il proprio contrabbando, ha reclutato un equipaggio di personaggi “sconfitti”. Tutto questo Giacomo lo ignora e si cimenta con la complessa vita di bordo, offrendo al lettore uno spaccato vivace della vita di mare. In seguito a una violenta burrasca e ai conflitti personali a bordo la situazione precipita: traffici oscuri e un delitto animano la sottile trama gialla sottesa alla narrazione. Giacomo torna in Italia per un breve permesso e scopre che la donna amata lo ha abbandonato. Questo “doppio scacco” costituisce per il protagonista l’occasione di una rivincita.

Giulio Calò Carducci nasce a Bari. Si diploma Capitano di lungo corso e per un decennio naviga su navi mercantili italiane e battenti bandiera ombra, con gradi da allievo ufficiale a primo ufficiale di coperta. Nella seconda fase della sua vita si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Partecipa attivamente alle lotte studentesche e si laurea discutendo una tesi su Lukàcs. Si è occupato in seguito del management della Sanità Pubblica in Puglia.

Info:

76125 BT - Barletta-Andria-Trani
Presidente: Sig. Giuseppe DI CIOMMO
Sede Sociale: Molo S. Antonio
Telefono: 0883.484832 -
Fax: 0883.484832 -
E-Mail: trani@leganavale.it

martedì 18 settembre 2012

La mia possessione. Come mi sono liberato da 27 legioni di demoni di Francesco Valasuso e Paolo Rodari (Piemme)



Fino a 31 anni Francesco non immaginava neanche lontanamente quale realtà avesse preso possesso del suo corpo. Fino all'incontro con un sacerdote esorcista che un giorno, pregando su di lui, fa venire allo scoperto Satana. E ben 27 legioni di demoni. Per Francesco è l'inizio di una quotidiana lotta con le forze delle tenebre per riuscire a liberarsi dagli spiriti demoniaci che finalmente sono usciti allo scoperto, dopo averne segretamente condizionato l'esistenza per lunghissimi anni. Sì, perché tutto ha avuto origine da una messa nera e da un rito di consacrazione a Satana che Francesco ha subito quando aveva appena 4 anni... Un'intera vita trascorsa dunque come posseduto dal demonio. Finché, dopo oltre 500 incontri di preghiera, Francesco giunge alla completa liberazione. E a riprendersi quella vita con la moglie, curando la galleria d'arte della famiglia ad Alcamo cui temeva di dover rinunciare. Una testimonianza sconvolgente che insegna a conoscere, a difendersi e a combattere il male presente nella vita di ognuno di noi.

Francesca Palumbo presenta "Il tempo che ci vuole" (Besa editrice) a Terlizzi, nel Borgo Antico



Francesca Palumbo presenta "Il tempo che ci vuole" (Besa editrice) a Terlizzi, nel  Borgo Antico il 19 settembre 2012 alle ore 20.00. E’ previsto l'accompagnamento musicale a cura di Stefano Resta.

Monica Dionubile ha quasi diciassette anni, vive a Bari insieme a sua madre Laura che è malata di depressione e passa la sua vita a tormentare la figlia. Dunia Bonerba è figlia unica di Luca e Marina; i suoi genitori sono una coppia serena che regala sensibilità e spensieratezza a una ragazzina semplice, a tratti ingenua e molto legata a Monica, sua compagna di classe. Le due ragazze si completano a vicenda: la leggerezza di una si unisce alla complessità dell’altra, è come se tra di loro ci fosse un accordo di “mutuo soccorso” di cui, in realtà, è solamente la giovane Dionubile ad aver bisogno. Lei è così intristita e poco interessata alla sua vita da vivere alla giornata. È così profondamente sola e disillusa che anche l’avvenimento di aspettare un bambino, naturalmente non desiderato, è affrontato nella più completa apatia. Il ginecologo che segue distrattamente l’aborto è Carlo, marito di Giulia, amico di vecchia data di Luca e Marina, che racconta all’uomo di avere l’ennesima relazione extraconiugale. La donna per la quale ha perso la testa si chiama Roberta Mori ed è la psicanalista che ha in cura la madre di Monica. In questo disfacimento quasi totale, il porto franco di Monica è la casa di Dunia, dove ha la possibilità di conoscere suo nonno che, molto malato, ogni volta che la vede la scambia per la sua amata moglie Ornella oramai morta da tempo. C’è poi il rapporto speciale con il suo professore di lettere, Girardi, un docente atipico che ascolta i suoi alunni, li osserva e non si limita a etichettarli con un numero sul registro o un cognome da ricordare al momento dell’interrogazione.

Testimone oculare delle storie di ognuno di questi personaggi è il barbone Lacca, un tenero clochard che costruisce piccoli portacenere colorati in latta e che ha un ruolo determinante nel destino di Dunia e Monica.

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